Risarcimento del danno medico: quando la causa è priva di fondamento

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Occupandomi da diversi anni di responsabilità medica in ambito ginecologico ed eseguendo perizie medico-legali sia per parte attrice, cioè per quei pazienti che ritengono di aver subito un danno per malasanità, sia per enti ospedalieri che mi chiedono un consulto sulla fondatezza di una determinata richiesta di risarcimento danni, sia per i medici e gli operatori sanitari citati in giudizio – oltre che per le loro assicurazioni – ho maturato nel tempo una serie di riflessioni circa le dinamiche relazionali che possono essere alla base delle reazioni di entrambe le parti coinvolte in un procedimento legale, ossia del medico che si trova chiamato in causa e del paziente che avvia la richiesta di risarcimento.

Per una migliore qualità della relazione medico-paziente

Pur nella consapevolezza che ognuno ha le sue ragioni e che ogni storia clinica è estremamente diversa da un’altra, sono convinta che la modalità e la qualità della comunicazione da operatore sanitario a paziente siano una discriminante importante nell’innesco del contenzioso e siano il fattore che può amplificare da parte del paziente stesso la percezione di essere vittima di un caso di malasanità.

Noto infatti, e in più circostanze, che anche in assenza di effettivi errori medici è la risposta poco empatica, frettolosa, elusiva, carente o addirittura scortese da parte di specialisti, infermieri, ostetriche o anche solo del personale ospedaliero amministrativo a contatto con il paziente durante il percorso clinico, a determinare molte delle incomprensioni che arrivano in tribunale.

Se poi un errore medico c’è effettivamente stato, è proprio la mancata informazione da parte dei medici su quello che è successo e su quello che poteva succedere, l’assenza di spiegazioni e di presa in carico da parte loro delle proprie responsabilità, a diventare tra le motivazioni più importanti che spingono i pazienti a ritenere di aver subito un qualche episodio di malasanità.

Molto spesso questi ultimi si lamentano per essere stati lasciati all’oscuro di tutto, non hanno la più pallida idea di quello che gli è capitato o di quello che gli sarebbe potuto succedere in seguito, ad esempio, all’intervento chirurgico al quale erano stati sottoposti.

Non è raro che chi mi racconta la sua storia in cerca di giustizia mi dica: “Non faccio questo per i soldi ma per fare in modo che non accada ad altri”. Questa affermazione deve essere per noi dottori oggetto di riflessione perché è una spinta positiva al miglioramento del sistema sanitario: un miglioramento che è perseguibile senza tanti investimenti, ma attraverso la leva della cortesia, della trasparenza e dell’adeguata informazione dei soggetti interessati.

L’importanza del ruolo del medico legale

All’interno di questo scenario acquista ancora più importanza il contributo del medico legale, il quale in fase stragiudiziale con somma professionalità deve consigliare chi ritiene di essere stato vittima di malasanità sull’intraprendere o no un’azione legale: spesso il paziente infatti non sa che il danno subito può essere legato semplicemente a complicanze, emerse nonostante non vi siano stati errori da parte dei medici. Oppure non è al corrente del fatto che, ove anche vi siano errori medici, se questi non hanno avuto diretta conseguenza sul danno (nesso di causa), non possono essere risarciti.

Per quello che riguarda invece il medico oggetto di una richiesta di risarcimento del danno o che peggio ancora, si trova dinanzi a un procedimento penale imputato per presunte lesioni colpose a pazienti, riscontro che raramente un processo di questo tipo esita con la condanna del medico, perché bisogna dimostrarne oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza e il fatto che la sua condotta ha provocato inequivocabilmente le lesioni di cui si dibatte. Tuttavia, spesso i medici vengono chiamati a rispondere in sede penale del loro operato e questo ne sconvolge la serenità e la vita lavorativa, a maggior ragione se il processo è basato su richieste infondate, in quanto pensano che pur avendo fatto quotidianamente il loro dovere con passione, dedizione e rispetto, vengono chiamati a rispondere di reati che sono estranei alla loro intenzione, etica professionale e modalità operativa.

Il medico forense, una volta accertata la verità dei fatti agendo secondo scienza, obiettività ed equidistanza, se da una parte ha il compito e dovere morale di scoraggiare il paziente dall’investire tempo e denaro in una causa di risarcimento che non si basa su motivazioni fondate, priva di rilevanza giuridica, dall’altra in presenza di effettiva responsabilità medica deve affiancare il lavoro di uno specialista che illustri la miglior pratica medica per il caso esaminato, in modo da poter dare una corretta valutazione del danno emerso col nesso di causa.