La scimmia nuda di Morris: sessualità e cura della prole sotto la lente del grande etologo

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Il libro “La scimmia nuda” di Desmond Morris risale al 1967 ma per certi versi ancora oggi aiuta a capire alcuni aspetti della nostra vita attraverso la lente dell’etologia. Le teorie di questa disciplina, che è lo studio comparato del comportamento animale e quindi anche umano – considerando che l’uomo stesso è un primate – ci servono a comprendere meglio le dinamiche che hanno portato la specie umana a evolversi in un certo modo, sotto l’aspetto comportamentale personale, sociale e della sessualità. Del resto in uomini e scimpanzé coincide oltre il 98% del DNA ed entrambi discendono da un antenato comune, vissuto forse sei milioni di anni fa.

L’uomo ha una strategia evolutiva che ha comportato l’adozione stabile della posizione eretta, l’aumento della scatola cranica e delle dimensioni del pene, l’introduzione del linguaggio, oltre ad avere determinato l’evoluzione delle abitudini sessuali, la cui modifica ha influenzato in modo significativo sia le relazioni sociali che la struttura anatomica dell’uomo stesso.

La specie umana in natura infatti è l’unica a prevedere un così lungo periodo di accudimento dei nuovi nati; il cervello umano d’altra parte necessita di anni di apprendimento per essere adeguatamente formato e di conseguenza anche l’individuo ha bisogno di anni, prima di diventare autonomo dalle cure parentali. È quindi indispensabile che per l’arco di tempo necessario la coppia genitoriale rimanga unita e coinvolta dalla cura del figlio (madre accudente e padre procacciatore di cibo). In accordo con questo scenario la natura ha quindi messo in atto i suoi strumenti per fare in modo che l’uomo fosse attratto dalla donna anche nei momenti diversi dal concepimento, con l’obiettivo che fosse favorita la monogamia con il legame di coppia, almeno per il tempo necessario alla crescita del piccolo.

Gli stratagemmi per tenere legata la coppia riguardano ad esempio l’anatomia della donna: rotondità di seni, natiche e lobi delle orecchie sono un forte richiamo sessuale oltre a essere zone altamente erogene. Inoltre la specie umana è l’unica ad avere attività sessuali slegate dall’obiettivo del concepimento, funzionali a stimolare l’unione duratura tra uomo e donna.

L’uomo – a differenzia delle altre 193 conosciute specie viventi di scimmie – non possiede un corpo coperto di peli, ed è appunto “la scimmia nuda”: anche questa condizione per Morris risponde a un preciso criterio, che è quello di facilitare l’istintivo contatto fisico, sia quello primordiale tra madre e bambino sia quello tra uomo e donna.

Questa teoria, tra le più controverse e discusse del grande etologo zoologo, è stata recentemente supportata dagli inglesi Pagel dell’Università di Reading e Bodmer dell’Università di Oxford, che sostengono che l’uomo abbia perso il pelo per sbarazzarsi di insetti e parassiti e per aumentare la propria attrattiva sessuale. In un articolo pubblicato sulla rivista “Biology Letters”, i due ricercatori affermano infatti: “La perdita di pelo permetteva agli esseri umani di pubblicizzare in modo convincente la loro ridotta suscettibilità alle infezioni da parassiti. Questa caratteristica divenne pertanto un tratto desiderabile in un compagno”.

Il saggio “La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo” con le sue teorie evolutive – basate sugli studi di paleontologia e di etologia comparata – abbastanza controverse e non sempre condivise dalla comunità scientifica, ha il merito di farci meditare sotto una luce diversa sui nostri comportamenti primordiali e sui loro influssi sulle relazioni familiari e sociali.