Coronavirus: gli insegnamenti che possiamo trarre da questa pandemia

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Mai come in questo periodo di COVID-19 abbiamo avuto il tempo di preoccuparci della nostra vita, dalla salute agli aspetti economici e sociali e quel che fino a qualche tempo fa era occasione di disappunto o lamentela, ad oggi assume un che di insignificante.

Dobbiamo essere consapevoli che quanto ci accade non è un’eccezione storica in un periodo particolarmente sfortunato: epidemie, crisi, guerre hanno costellato la storia passata e recente. Se ci soffermiamo a pensare al passato, ci rendiamo conto di come strumenti tecnologici, progressi scientifici, sociali economici, non hanno minimamente cambiato i meccanismi di reazione umana agli antichi e moderni disastri.

Leggiamo le pagine della peste del Seicento del Manzoni: nulla di allora in termini di condizioni ambientali è simile ad oggi, dalle abitazioni agli abiti, dai mezzi di trasporto ai mezzi di comunicazione, dalle conoscenze scientifiche alle terapie disponibili… Eppure vediamo quale sia la prima reazione alle prime segnalazioni di peste:

Quando il tribunale inviò il commissario per andare a vedere i luoghi nei quali si sarebbero verificati gli episodi di peste, e si lasciò persuadere da un vecchio e ignorante che  quella sorte dei mali non era la Peste… Molti medici ancora facendo eco alla voce del popolo deridevano gli auguri sinistri gli avvertimenti minacciosi dei pochi e avevano pronti malattie comuni per qualificare ogni caso di peste…. Quando la diagnosi era divenuta ormai inequivocabile … I medici opposti alla opinione del contagio non volendo ora confessare ciò che avevan deriso e dovendo dare un nome alla nuova malattia divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quelle di febbri maligne, di febbri pestilenti…

Ci ricorda qualcosa? Nonostante la velocità di acquisizione delle informazioni e la conoscenza medica in questa epidemia da coronavirus siano anni luce da allora, l’irrefrenabile impulso a minimizzare e a ridicolizzare il pericolo ignoto è così insito nel DNA umano che quattrocento anni di storia non lo hanno minimamente intaccato, neanche con il potere della conoscenza o dell’epigenetica. L’impulso a negare il pericolo, ci illude che chiamandolo con nome benevolo, possa avere il magico potere di attenuarne le caratteristiche e le potenzialità.

Ancor più interessante analizzare la reazione umana quando si tratta di andare a fondo all’origine del male, e anche questa volta ce lo insegna sapientemente il Manzoni:

Per disgrazia ce n’era una (di causa) in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni, allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d’Europa: arti venefiche operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi.

Il ricorso alla fantasia più o meno pilotata da interessi politici nell’attribuzione della causa di un evento negativo, non è, a quanto pare, un espediente solo antico o solo moderno; nella comparazione storica, tuttavia, rimangono però come nostro aggravante le acquisizioni del metodo sperimentale e l’affinamento delle conoscenze tecniche e scientifiche, che potrebbero indurci quantomeno a scartare le ipotesi più fantasiose e complottiste.

Più la colpa è lineare, unica causa del male, senza interferenza di concause, di fattori aggravanti e predisponenti, senza innocenti coincidenze, più è facile credervi; all’opposto più nella valutazione delle cause si vagliano varie ipotesi, considerando quali fatti le confermano e quali le screditano nella loro successione e interezza, senza dare enfasi ad una sola, meno entusiasmo si genererà nei social virtuali e non.

Il meccanismo automatico della individuazione della colpa di un’epidemia crea colpevoli o quanto meno alimenta la ricerca del colpevole, o semplicemente, di qualcuno su cui sfogare le ire attribuendogli un comportamento colpevole. Accadeva anche questo nel Seicento e non vi sono dubbi che accada ancora:

Nella chiesa di sant’Antonio, un giorno un vecchio dopo aver pregato in ginocchioni, volle mettersi a sedere; e prima con la panca, spolverò la panca. <<Quel vecchio unge le panche!>> gridano a gran voce…la gente che si trovava in chiesa fu addosso al vecchio, lo prendon per i capelli… lo carican di pugni e calci…

Come ultima considerazione c’è quella che in realtà potrebbe essere all’origine dei cambiamenti che ad oggi ancora non si sono verificati ed è una pura considerazione di metodo:

Si potrebbe però tanto nelle cose piccole come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare.

L’ordine dei verbi è magistrale: in primis le due azioni che implicano l’acquisizione di input visivo e uditivo, seguiti dalla elaborazione cerebrale, il paragonare, che è il meccanismo che permette la valutazione delle esperienze attuali e la loro comparazione con quelle passate, facendo similitudini e diversità o le esperienze di un luogo rispetto ad altri; solo dopo l’elaborazione è opportuno parlare, cioè emettere l’output.

Curioso notare come questo metodo input-elaborazione-output è alla base di tutti i meccanismi omeostatici degli essere viventi, indice di un successo evolutivo: il nostro corpo acquisisce informazioni dall’esterno o dall’interno (temperatura, livello di ossigenazione, livello di glicemia, livello di ormone tiroideo, livello di estrogeni per fare solo pochi degli innumerevoli esempi) elabora e paragona tale livello con il proprio setting, ed emette un output (sudorazione per abbassare la temperatura, aumento della frequenza respiratoria per aumentare la ossigenazione e così via…).

Se nel nostro corpo, come in quello degli altri organismi viventi, funziona alla perfezione con vari gradi di sofisticazione, a livello di comportamento cosciente il metodo sembra difficoltoso, ostacolato da un vizio di impulsività di molti, che non saprei definire se sia innata o condizionata dall’ambiente stesso.

A questi elementi ne aggiungo due su cui è opportuno riflettere: l’onestà nella paura e l’onestà del dubbio.

La paura è un’emozione primaria, positiva e autotutelante, ma la prima preoccupazione dei governi e dei tutori della salute sembra quella di frenarla, per il rischio che si trasformi in panico. La mia personale e soggettiva opinione è che un po’ di sana paura avrebbe ridotto lo spirito di chi, ridicolizzando, sentendosi immotivatamente immune, ha assunto comportamenti pericolosi per sé e per altri. Sopprimere o ingannare la paura con false rassicurazioni, quello sì che aumenta il rischio che poi si trasformi in panico.

In ultimo il dubbio: che il saggio o lo scienziato abbia più domande che risposte, è ormai diventato un modo di dire comune, nella sua verità; pensiamo alla dignità, alla saggezza e alla responsabilità insita nelle seguenti affermazioni “non lo so, non ho ancora gli elementi per trarre tutte le conclusioni, si tratta di un evento nuovo, è meglio essere prudenti piuttosto che sottovalutarlo”.

Purtroppo si ha paura di ammettere questa saggezza perché la si confonde con insicurezza e inefficienza, mentre paiono più falsamente rassicuranti slogan di output immediati durante queste pandemie, che non sono stati preceduti dal metodo corretto prima spiegato.

Sul coronavirus ho preparato per amiche e pazienti una sezione informativa ricca di aggiornamenti, approfondimenti, video per seguire un corretto stile di vita, dedicata in particolare a donne in gravidanza e neomamme, ma utile un po’ a tutte. Questo è il link alla pagina COVID-19

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