Il risarcimento per mancata diagnosi prenatale: medicina forense

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Come ginecologa forense ho avuto modo di occuparmi di diverse cause di risarcimento per mancata diagnosi prenatale, intentate da madri di bambini nati con malformazioni più o meno gravi, giunte ignare al momento del parto pur essendosi sottoposte regolarmente alle ecografie di controllo prescritte nei diversi periodi della gravidanza.

Sono donne che lamentano di non aver potuto ricorrere a tempo debito all’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194), non essendo state informate correttamente dai medici sullo sviluppo anomalo del feto, durante le normali procedure di screening.

Per lo screening in gravidanza secondo le linee guida SIEOG (Società Italiana di Ecografia Ostetrico Ginecologica) vengono infatti previste tre ecografie di primo livello, ognuna con finalità differenziate, ossia:

  1. Eco di controllo, effettuata nel primo trimestre tra la 10ma e la 12ma settimana, che evidenzia l’impianto in sede normale della camera gestazionale, la presenza e la vitalità dell’embrione, la datazione della gravidanza.
  2. Eco morfologica, nel secondo trimestre (tra la 19ma e la 22ma settimana di gestazione), volta proprio a rilevare la presenza di malformazioni con tempistiche tali da poter programmare eventuali esami complementari e permettere, per le patologie più gravi, l’interruzione della gravidanza nei termini previsti dalla legge.
  3. Eco di accrescimento, prescritta per il terzo quadrimestre (30-34ma settimana).

Per le gestanti a basso rischio viene dunque adottato il protocollo regionale per la diagnosi  ultrasonografica con ecografie ostetriche di primo livello, mentre alle ecografie di secondo livello (con protocolli operativi variabili da caso a caso e gestiti da centri specialistici) vengono sottoposte le gestanti ad alto rischio, cioè quelle donne che presentano fattori che predispongono maggiormente alle malformazioni, quali l’aver già avuto un feto malformato in occasione di una precedente gravidanza o nella propria storia familiare, l’essere obese, affette da diabete insulino-dipendente, oppure l’essere in attesa di gemelli.

Se la legge 194 sull’aborto sancisce che l’interruzione volontaria di gravidanza può essere fatta senza un motivo medico nel primo trimestre ed entro il novantesimo giorno, nel secondo quadrimestre invece (epoca dell’ecografia morfologica) e dal 90mo al 180mo giorno (ed entro la 22a settimana) è possibile l’aborto terapeutico solo in presenza di pericolo di vita o di un danno psichico della madre, ovvero “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.

Ma di fronte a una malformazione fetale non diagnosticata scatta automaticamente il risarcimento danni oppure no?

In merito a questo esiste un’ampia letteratura giuridica in continua evoluzione, con sentenze che nel tempo hanno gradualmente ristretto il campo della richiesta di danni per mancata diagnosi prenatale.

Secondo recenti sentenze e pronunce della Cassazione (cfr. Cass. civ. Sez. III, Sent., 11-04-2017, n. 9251), in caso di mancata diagnosi di malformazioni fetali, spetta alla parte attrice, ossia alla madre, l’onere della dimostrazione della situazione di estrema prostrazione psicologica e/o vulnerabilità fisica venutasi a creare a seguito della malformazione, e l’onere della prova che, con una corretta e puntuale informazione da parte dei medici, sarebbe ricorsa sicuramente all’interruzione volontaria della gravidanza, in virtù della legge 194.

È importante poi sottolineare che in questi contenziosi si parla di obbligo di mezzi e non necessariamente di obbligo di risultati: questo significa che, se il radiologo ecografista rispetta alla lettera il protocollo SIEOG ed effettua l’ecografia con accuratezza, consegnandone il referto come da linee guida, l’obbligo di mezzi viene da lui puntualmente assolto.

D’altra parte è plausibile che non riesca a rilevare strumentalmente ogni malformazione presente, non per imperizia, ma per il fatto stesso che non è oggettivamente possibile vedere tutte le possibili anomalie con questo metodo d’indagine.

Dal punto di vista legale l’ecografista è quindi tenuto all’obbligo di mezzi, mentre non è responsabile per l’obbligo di risultati.

Ai fini del risarcimento, l’orientamento giurisprudenziale non riguarda perciò la malformazione non diagnosticata in sé, ma l’insorgenza di un danno psicologico in relazione alla malformazione manifestatasi, di una gravità tale da non permettere la prosecuzione della gravidanza, e che viene generalmente provato al momento della nascita del bambino, con documentazione medica e perizie psicologiche specialistiche.